Conosco Edouard Meylan da quasi vent’anni e, se c’è una cosa che mi ha sempre colpito di lui, è la capacità di immaginare l’orologeria in modi che agli altri spesso non vengono neppure in mente.
Prima ancora di assumere la guida di H. Moser & Cie., Meylan era stato tra i fondatori di Celsius X VI II, un progetto che oggi sembra quasi provenire da un’altra epoca: telefoni cellulari di lusso nei quali la tecnologia digitale conviveva con autentica micromeccanica orologiera. Uno dei modelli che raccontai anni fa incorporava persino un movimento meccanico con GMT e un sistema che sfruttava l’apertura e la chiusura del telefono per ricaricarlo.
Era un’idea apparentemente folle, ma proprio per questo diceva già parecchio sul personaggio.
Quando nel 2013 Edouard prese le redini di H. Moser & Cie., la manifattura possedeva storia, capacità tecnica e tutto ciò che serve per continuare a produrre orologeria di altissimo di gamma secondo schemi rassicuranti. Avrebbe potuto limitarsi a fare ottimi calendari perpetui, tourbillon e tre lancette, cercando un proprio spazio accanto ai grandi nomi tradizionali.
Ha scelto esattamente il contrario.
Negli anni Moser ha tolto loghi dai quadranti, prodotto orologi deliberatamente provocatori e trasformato una manifattura storica in qualcosa che parla anche a chi ama l’Alta Orologeria ma non vuole necessariamente indossare ciò che indossavano le generazioni precedenti.
Per questo, quando il 21 settembre H. Moser & Cie. ha presentato l’Off-Grid, il suo primo orologio digitale, non mi è sembrato affatto un corpo estraneo.
Semmai, conoscendo la storia di Meylan, sarebbe stato più strano se prima o poi non ci avesse provato.
Il comunicato stampa lo dice apertamente: Off-Grid nasce per collocarsi fra due mondi senza appartenere completamente a nessuno dei due. Non vuole essere un orologio meccanico, ma Moser rifiuta anche di definirlo uno smartwatch tradizionale. Niente valanga di notifiche, fitness tracking o continua raccolta di dati: l’idea dichiarata è fare meno, non fare di più.
Avrei dovuto raccontartelo al termine dell’embargo. Altri impegni me lo hanno impedito e, nel frattempo, è successa una cosa piuttosto significativa: entrambe le versioni dell’Off-Grid sono andate sold out sul sito ufficiale H. Moser & Cie. Ogni variante era limitata a 1.000 esemplari e proposta a 3.900 franchi svizzeri IVA esclusa.
A questo punto pubblicare con oltre una settimana di ritardo la classica recensione del nuovo modello avrebbe poco senso.
Preferisco allora occuparmi della domanda che probabilmente diventerà interessante molto più avanti.
Il vero test dell’Off-Grid inizierà quando sarà vecchio
Se compri oggi un buon orologio meccanico, dai quasi per scontato che fra vent’anni possa ancora essere revisionato.
Forse avrà bisogno di componenti nuovi. Potrebbero esserci parti usurate da ricostruire o sostituire. Potrebbero cambiare proprietà del marchio, fornitori e tecniche produttive. Nessun orologio possiede veramente una garanzia di immortalità.
Ma sappiamo che un movimento meccanico può attraversare decenni.
Con l’Off-Grid il problema cambia completamente.
Il suo calibro D10, sviluppato insieme a Sequent, lavora a 32.768 Hz, comprende 186 componenti e alimenta un sistema capace di gestire GMT, cronografo al centesimo di secondo, calendario perpetuo, fase lunare, alba e tramonto, sveglia, timer e altre funzioni. L’autonomia dichiarata supera i dodici mesi utilizzando solamente l’indicazione dell’ora.
È una soluzione molto diversa da quella di un Apple Watch. Ed è proprio questo a renderla interessante.
Ma prova a portarti mentalmente nel 2046.
Il tuo Off-Grid ha vent’anni. Non vuoi sostituirlo con quello nuovo. Non vuoi un modello più veloce. Vuoi quel Moser.
E qualcosa smette di funzionare.
Cosa succede?
La batteria potrebbe essere il problema meno preoccupante
Quando si parla di longevità di un dispositivo elettronico, la prima cosa che viene in mente è quasi sempre la batteria.
È comprensibile, ma potrebbe non essere il punto più delicato.
Una batteria è un componente soggetto a degrado e, purché sia stata progettata in maniera sostituibile e continui a esistere una soluzione compatibile, cambiarla è concettualmente semplice.
Molto diverso è ciò che può accadere a un display, a un microcontrollore, a una memoria, a un circuito di alimentazione oppure a qualsiasi componente elettronico specifico progettato attorno all’architettura del D10.
Un ingranaggio può essere rifatto.
Un componente elettronico fuori produzione è un problema diverso.
Non significa affatto che tra vent’anni l’Off-Grid diventerà inutilizzabile. Significa semplicemente che, per renderlo un vero orologio di lusso destinato a durare, H. Moser dovrà affrontare un problema che normalmente un produttore di orologi meccanici non possiede: la disponibilità futura di tecnologia ormai obsoleta.
Ed è qui che, secondo me, l’Off-Grid diventa molto più interessante di quanto suggerisca la sua scheda tecnica.
H. Moser ha già eliminato una causa di obsolescenza
Va riconosciuto che Moser sembra avere progettato questo orologio pensando almeno in parte proprio al problema.
L’Off-Grid utilizza Bluetooth Low Energy ed è compatibile con iOS e Android, ma non nasce come estensione dello smartphone.
Moser insiste anzi sul contrario: non viene caricato di applicazioni e funzioni estranee all’orologeria. Il marchio lo descrive come qualcosa che conserva un piede nella meccanica e uno nella tecnologia senza appartenere completamente a nessuna delle due.
È una scelta molto più importante di quanto possa sembrare.
Uno smartwatch convenzionale dipende da un ecosistema: sistema operativo, applicazione, smartphone compatibile, server, protocolli e aggiornamenti. Basta che uno degli anelli venga abbandonato e parte dell’esperienza può scomparire.
Se invece le funzioni fondamentali vivono direttamente nell’orologio, il rischio diminuisce parecchio.
In altre parole, Moser ha provato a togliere il software dall’equazione dell’obsolescenza per quanto possibile.
Resta però l’hardware.
Un orologio da 3.900 franchi non può essere trattato come elettronica di consumo
Qui cambia tutto.
Se dopo otto anni un dispositivo elettronico da qualche centinaio di euro smette di funzionare, possiamo discutere sulla sostenibilità del modello, ma sappiamo quale logica industriale lo ha generato.
Con un H. Moser da 3.900 franchi il contratto implicito con chi lo compra è diverso.
Non stai acquistando soltanto un insieme di funzioni.
Stai acquistando un oggetto della stessa manifattura che costruisce calendari perpetui, tourbillon e ripetizioni minuti. Un marchio che vende orologi destinati, almeno concettualmente, ad accompagnarti per gran parte della vita.
È inevitabile, quindi, aspettarsi qualcosa di più del normale ciclo vitale dell’elettronica di consumo.
E qui non sto muovendo un’accusa a Moser.
Al contrario: credo che proprio una manifattura come questa abbia più possibilità di altre di affrontare seriamente il problema.
La domanda è come.
Accantonerà display, circuiti e microprocessori per l’assistenza futura? Sarà possibile aggiornare determinati componenti utilizzando equivalenti più moderni? L’architettura del D10 è stata pensata per permettere sostituzioni modulari? E soprattutto: per quanto tempo H. Moser ritiene ragionevole garantire la riparabilità dell’Off-Grid?
Sono domande alle quali oggi non possiedo una risposta documentata.
E sono molto più interessanti della precisione di ±0,3 secondi al giorno.
Il paradosso di un oggetto digitale che vuole invecchiare
Pensaci. Una delle caratteristiche più belle dell’orologeria meccanica è proprio il suo rapporto quasi assurdo con il tempo.
Un orologio nasce per misurarlo, ma cerca contemporaneamente di sopravvivergli.
Puoi acquistare oggi un orologio costruito negli anni Cinquanta, restaurarlo e continuare a usarlo. Non farà tutto quello che fa uno smartwatch. Non misura il sonno, non mostra le notifiche e non sa dove ti trovi.
Dovrai tenerlo lontano dai magnetismi che oggi ci crcondano. Ma funziona ancora.
L’elettronica ci ha abituati all’esatto contrario. Le prestazioni aumentano continuamente, mentre la vita percepita degli oggetti si accorcia.
L’Off-Grid prova in qualche modo a mettere un oggetto digitale dentro la cultura della permanenza dell’alta orologeria.
Secondo me è questa, molto più del display, la sua vera provocazione.
E conoscendo il percorso di Edouard Meylan non mi sembra neppure un incidente.
Vent’anni fa cercava di infilare l’alta orologeria dentro un telefono cellulare; oggi porta l’elettronica dentro H. Moser.
Sono due esperimenti molto diversi, nati in epoche completamente differenti, ma dietro intravedo la stessa domanda: perché due mondi devono necessariamente restare separati?
L’Off-Grid non deve dimostrare niente oggi
I 2.000 esemplari complessivi sono già esauriti.
Commercialmente, almeno per questa prima serie, la risposta del pubblico è arrivata prima ancora che avessimo il tempo di porci tutte queste domande.
E capisco anche perché.
Costa molto meno di quasi tutti gli H. Moser meccanici, ha una forte identità estetica, è tecnicamente insolito e soprattutto non assomiglia all’ennesimo tentativo di una maison svizzera di mettere il proprio logo sopra uno smartwatch convenzionale.
Non penso quindi che l’Off-Grid sia una cattiva idea.
Penso che sia un’idea alla quale stiamo facendo la domanda sbagliata.
Oggi possiamo giudicare il design, le funzioni, l’autonomia, il prezzo e persino decidere se abbia senso chiamarlo orologio digitale, smartwatch oppure qualcosa nel mezzo.
Ma il suo vero esame arriverà molto più avanti.
Nel 2036 qualcuno aprirà un cassetto, ritroverà il proprio Off-Grid e proverà a riaccenderlo.
Nel 2046 qualcuno lo porterà probabilmente in assistenza.
Ed è allora che capiremo se H. Moser avrà semplicemente costruito un magnifico prodotto tecnologico del 2026 oppure qualcosa di molto più difficile: un orologio digitale capace di diventare vecchio senza diventare obsoleto.
Per maggiori informazioni visita il sito H. Moser & Cie.
Per un buon orologio meccanico vent’anni sono pochi.
Sarebbe interessante scoprire che possono esserlo anche per uno digitale.




