
L’edizione di maggio di Original Time svela una chicca clamorosa. Un appassionato che si trovasse questo orologio davanti senza saperne nulla vedrebbe un Senator Sixties: stesso quadrante convesso, stessa cassa rotonda da 39 mm, stesso vetro zaffiro arcuato che è la firma estetica della linea. Tutto in regola. Finché non lo gira.
Dietro il fondello in vetro zaffiro non c’è nessun rotore. È un calibro a carica manuale. E poi c’è il numero di referenza inciso accanto al numero di serie: 49-12-01-04-04. Quel “49” davanti al codice non ha nulla di casuale – è il prefisso del movimento, e per chi conosce la logica con cui Glashütte Original cataloga i propri orologi quel 49 in un Sixties è un’anomalia che sposta tutto.
Per chiunque non abbia frequentato la manifattura nei dettagli, invece, questo orologio non racconta nulla a colpo d’occhio. E in effetti nessuno l’ha mai raccontato: non esiste alcuna recensione di questo esemplare, in nessuna lingua. La prima traccia documentata pubblicamente è un breve scambio su WatchProSite del 10 gennaio 2014, in cui l’utente “stere” lo identifica a memoria. Poi, il silenzio.
L’esemplare che vedi nelle immagini di questo articolo l’ho trovato nuovo, mai indossato, dal concessionario ufficiale Glashütte Original Florindo Rossi a Parma. L’ho fotografato con calma, l’ho osservato sotto la lente, e per la prima volta proverò a spiegarti cos’ha di speciale. Il “49” sulla referenza basterebbe da solo a dirlo, a chi sa leggerlo. Per tutti gli altri si parte.
Quel “49” nel numero di referenza che cambia tutto
Glashütte Original numera le proprie referenze partendo dal calibro montato all’interno. Il primo gruppo di cifre identifica il movimento, e da lì si capisce con quale famiglia di meccanismi si ha a che fare. Per la collezione Senator Sixties la regola è stata costante negli anni: tutti i modelli, dalla versione tre sfere alla Panorama Date passando per il Chronograph, hanno montato calibri della famiglia 39 — il 39-52 automatico delle prime referenze, poi il 39-47 automatico con Panorama Date introdotto nel 2010, ad esempio nella referenza 39-47-01-02-04 con quadrante argento.
La logica è coerente: cassa Sixties, movimento famiglia 39, referenza che inizia con 39.
Adesso guarda il codice dell’orologio di cui stiamo parlando: 49-12-01-04-04.
Quel “49” davanti è il primo indizio. Non è un movimento della famiglia 39. È un calibro completamente diverso, di un’altra epoca della manifattura, con un’architettura che non ha nulla a che vedere con gli automatici che animano la linea Sixties standard. È un calibro a carica manuale — il 49-12, di cui parleremo nell’apposita sezione – la cui presenza dentro una cassa Sixties è di per sé un’anomalia.
E qui sta il punto. Il calibro 49 non era un movimento previsto per questa cassa. Non lo era mai stato. Trapiantarci dentro un calibro manuale appartenente a un’altra (antica) tradizione costruttiva è stata un’operazione anomala – e quando una manifattura compie un’operazione anomala, lascia tracce solo nei dettagli formali. La referenza che inizia con 49, dove tutti si aspetterebbero un 39, è esattamente quella traccia.

Il secondo blocco, 12, indica la specifica versione del calibro: il 49-12. Gli ultimi blocchi (01-04-04) seguono la logica standard della casa per altre caratteristiche dell’orologio.
In sintesi: chiunque legga “49-12-01-04-04” nel contesto della linea Sixties sa già, prima ancora di vedere l’orologio, che si trova davanti a qualcosa che la manifattura ha trattato in modo diverso dal resto della collezione. Il sistema dei codici, in Glashütte Original, è un linguaggio molto dettagliato. E qui dice qualcosa di profondamento diverso.
Un movimento il cui DNA arriva dalla DDR
Per capire il peso storico del calibro 49, bisogna fare un passo indietro di oltre settant’anni. Siamo nella Glashütte della Germania Est: l’8 maggio 1945 — ultimo giorno della Seconda Guerra Mondiale in Europa — i tremendi bombardamenti avevano sbriciolato il borgo sassone, devastando le sue manifatture orologiere. A quelle rovine si aggiunse poi l’occupazione sovietica. Le fabbriche sopravvissute a entrambe le calamità vennero infine unificate nel 1951 sotto un unico consorzio statale: il VEB Glashütter Uhrenbetriebe, abbreviato in GUB. Tutto quello che usciva da Glashütte tra il 1951 e il 1990 portava in qualche forma quella sigla, e tutto rispondeva a una logica di produzione centralizzata che la DDR applicava a ogni settore industriale.

La GUB sviluppò nel tempo un proprio sistema di numerazione dei calibri, organizzato per famiglie di complicazioni. Il numero non identificava il singolo movimento ma la classe a cui apparteneva: piccoli automatici, cronografi, manuali da tasca, e così via. Il “49” designava i movimenti a carica manuale di alta qualità manifatturiera, quelli destinati agli orologi di rappresentanza e all’esportazione – i pezzi con cui la DDR voleva mostrare ai mercati occidentali che a Glashütte si sapeva ancora costruire orologeria seria, nonostante il muro.
C’è un dettaglio che vale la pena sottolineare, perché collega questo movimento a una tradizione costruttiva ancora più antica. Il calibro 48, immediato precursore del 49 nel sistema di numerazione GUB, era nato per gli orologi da osservazione – i Beobachtungsuhren, o più semplicemente i B-Uhren – quelli con cassa da 65 mm che i piloti militari indossavano sopra le maniche delle giacche di pelle durante la Seconda Guerra. Movimenti enormi, regolati con tolleranze severe, pensati per condizioni operative estreme.
Il calibro 49 nasce come evoluzione e miniaturizzazione di quella tradizione: stessa scuola costruttiva, ma con finiture coerenti all’orologio da polso di lusso. Platina a tre quarti, bilanciere regolato con collo di cigno, chatons in oro avvitati, viti azzurrate. Tutti i tratti della scuola di Glashütte, condensati in un movimento da polso.
La storia dell’orologeria sassone riporta che quando nel 1990 cadde il muro e la Germania si riunificò, la GUB venne trasformata giuridicamente e diventò Glashütter Uhrenbetrieb GmbH. Nel 1994 Heinz W. Pfeifer acquistò la piccola azienda — ridotta a soli 72 dipendenti — privatizzandola e adottando il nome commerciale Glashütte Original. Quello che il marchio ereditò dalla GUB non furono solo gli archivi e i macchinari — fu, soprattutto, il capitale umano: gli orologiai e i tecnici che avevano lavorato al consorzio statale per decenni e che continuarono a lavorare nella stessa manifattura, sotto un’altra insegna, con la stessa cultura costruttiva, ma finalmente liberi di metterla nuovamente in pratica.

Il 49 trovò la sua espressione più raffinata proprio in questo periodo di transizione, all’interno della linea Senator 1845 — lanciata nel 1996 in memoria dell’anno di fondazione della prima manifattura di Glashütte — una dichiarazione di identità con cui Glashütte Original diceva al mondo: ecco cosa sappiamo fare, ecco da dove veniamo. Montava i calibri manuali 42 e 49, finiti a livelli che ancora oggi i collezionisti ricordano: platina rodiata, castoni in oro, decorazione a coste di Glashütte, regolazione micrometrica. Il calibro 49 ne era uno degli emblemi più significativi.
Calibro 49-12: anatomia di una rifinitura
Il manuale tecnico di Glashütte Original elenca le specifiche del calibro 49-12 con la sobrietà che è propria della casa: movimento meccanico a carica manuale, diametro 26 mm, spessore 4,2 mm, 18 rubini, riserva di carica di 40 ore con tolleranza del 5 per cento, frequenza di 28.800 alternanze/ora – quattro hertz – bilanciere con 18 viti di compensazione. Sono numeri che non dicono molto, presi da soli. Sono numeri da catalogo. A proposito: in questa versione è un “due lancette” – solo tempo, solo ore e minuti, il massimo dell’eleganza.
La storia vera comincia quando appoggi l’orologio sul piano e lo guardi dal fondello in vetro zaffiro. Lì sopra, sotto la lente, il calibro 49-12 racconta cose che il manuale non scrive.

La prima cosa che noti è la platina a tre quarti, il tratto firmario assoluto della scuola di Glashütte. È quella grande superficie metallica che copre buona parte del meccanismo lasciando esposto solo il bilanciere e qualche ponte. Sulla platina è applicata la decorazione a “nastro” – la versione tedesca delle Côtes de Genève, ma con un disegno geometricamente diverso: ho scritto un articolo che spiega le differenze. Sotto la luce radente cambia tonalità a seconda dell’angolazione, e ti accorgi che non è l’effetto di uno stampo: è un lavoro fatto al banco, con una pasta abrasiva fine, passaggio dopo passaggio.
Sposta lo sguardo sul bordo della platina. Dove la superficie superiore incontra il fianco verticale, c’è uno smusso. Quello smusso, diciamolo per chi si avvicina ora all’Alta Orologeria, si chiama anglage, ed è uno dei dettagli che separa la rifinitura industriale dalla rifinitura manuale. L’anglage del 49-12 è eseguito a mano, e lo capisci perché ha quella perfezione/imperfezione tipica del lavoro al banco: la lucentezza è continua, ma se guardi con attenzione lungo tutto il perimetro vedi che la larghezza dello smusso varia di una frazione di millimetro a seconda del punto. Quella variazione è la firma dell’orologiaio, non un difetto. Una macchina avrebbe tagliato uno smusso identico, uno stampo per tutto il giro. Una mano no, e ti assicuro che quando impari a distinguerli, la tua voglia di osservare un movimento aumenterà esponenzialmente.
Vai sul bilanciere. È grande, più grande di quanto ti aspetteresti per un movimento di queste dimensioni, e questo è già una scelta che dice qualcosa: i bilancieri grandi sono più stabili termicamente e più precisi nel mantenimento dell’isocronismo, ma occupano spazio e impongono vincoli architetturali al resto del calibro. Glashütte Original aveva scelto di pagare quel prezzo. Le 18 viti di compensazione che vedi distribuite sul cerchio del bilanciere sono gli eccentrici di regolazione fine: avvitandone qualcuna leggermente verso l’esterno o verso l’interno, l’orologiaio sposta il bilanciamento di valori infinitesimali, regolando la marcia su valori che la sola micrometrica non basta a raggiungere.
Sopra il bilanciere c’è il ponte del bilanciere, e su quel ponte trovi la regolazione micrometrica a collo di cigno. È quel piccolo elemento curvo, lucidato a specchio, che sembra il collo di un volatile e che permette di regolare la lunghezza attiva della spirale con una precisione altissima. Il collo di cigno è uno degli elementi più fotografati dell’orologeria di Glashütte, e a ragione: è il punto in cui l’estetica e la funzione coincidono perfettamente. Quella curva non serve solo a farsi belli – serve a esercitare una pressione costante sulla vite di regolazione, garantendo che la posizione impostata non si muova nel tempo.
Intorno, dappertutto, vedi i rubini inseriti in castoni d’oro avvitati. È un’altra scelta da scuola di Glashütte: il rubino, invece di essere semplicemente pressato dentro la platina come accade nella maggior parte dei movimenti di oggi, è alloggiato dentro un piccolo anello d’oro fissato con due o tre viti azzurrate. Questo permette, in fase di manutenzione o restauro, di smontare e rimontare il rubino senza danneggiare la platina, e dà al movimento quel particolare effetto cromatico fatto di rosso, oro e blu acciaio brunito che è il codice estetico delle manifatture di Glashütte.

Le viti azzurrate meritano una nota a parte. Quel blu profondo non è uno smalto né una verniciatura: è il risultato di un trattamento termico controllato — la vite viene scaldata a una temperatura precisa, attorno ai 290 gradi, finché l’ossidazione superficiale assume quella tonalità di blu reale. Se la temperatura è anche solo leggermente diversa, il colore vira verso il viola o verso il celeste e viene scartata. È un’operazione che richiede esperienza: ogni vite azzurrata veniva eseguita con controllo manuale e verifica oculare — una tecnica che a Glashütte Original si tramanda ancora oggi. E sai da chi? Da artigiane donne — perché a parità di formazione ed esperienza, la loro precisione supera quella degli uomini: un’assenza di errore praticamente totale, comprovata dai dati, non un luogo comune.
Infine, due elementi sono particolarmente curati: il ponte del bilanciere e il ponte secondario. La sottile scala che serve da riferimento per la racchetta, come le varie scritte riempita d’oro, viene incisa in fase di fresatura.
Tutto questo, sommato, è un movimento di vera tradizione manifatturiera Sassone. Non è un movimento “decorato” — è un movimento finito, nel senso più antico e severo del termine: ogni componente è stato lavorato, smussato, lucidato e azzurrato uno per uno, da mani che sapevano cosa stavano facendo.
Poesia meccanica.
La cassa e il quadrante: gli anni ’60 fusi nell’oro bianco
La cassa misura 39 mm di diametro e 9,4 mm di spessore. È in oro bianco 750/000 – diciotto carati – e mantiene tutte le proporzioni che caratterizzano la Senator Sixties dalla sua nascita: il profilo basso, le anse sottili che si raccordano con dolcezza al fianco, la corona piccola e zigrinata posizionata a ore tre. Niente di vistoso. L’oro bianco, in questa cassa, la fa sembrare moderata – lavora di sottrazione, dà al metallo una tonalità grigio-luce che chi non sa cosa sta guardando potrebbe scambiare per acciaio.
È una scelta in piena sintonia con la filosofia del Sixties: un orologio che evoca gli anni Sessanta in punta di piedi, senza ostentare nostalgia. Chi ti passa accanto non si gira. Chi sa, invece, ti ferma.
Il quadrante è dove la collezione mostra la sua firma più riconoscibile. È convesso – bombé, e la sua curvatura è lì per due motivi: come i segnatempo degli anni ’60, consentiva di alloggiare movimenti che all’epoca di norma erano più spessi, oggi è studiata per dialogare con il vetro zaffiro, anch’esso convesso e lavorato con la stessa identica curvatura. Quando la luce attraversa il vetro e incontra il quadrante, le due superfici parallele creano un effetto di profondità che nei quadranti piatti semplicemente non esiste. È un dettaglio che il Sixties porta dalle sue origini, e che riprende esplicitamente il linguaggio estetico degli orologi di Glashütte degli anni Sessanta – quando i quadranti convessi erano la norma.
La superficie del quadrante ha una finitura satinata che non riflette la luce in modo speculare ma la diffonde — un effetto seta. Su questo fondo argentato si stagliano gli indici intagliati. Accanto a ogni indice, un piccolo punto di Superluminova garantisce la lettura al buio – un’aggiunta tecnica che non disturba il design.
Le cifre arabe appaiono solo a ore 3, 6, 9, 12, e sono il dettaglio più dichiaratamente vintage del quadrante. Sono arcuate, disegnate seguendo direttamente i modelli storici di Glashütte degli anni Sessanta, gli Spezimatic da cui i Sixties hanno preso l’ispirazione. La forma di quelle cifre è uno di quei tratti che chi conosce la collezione riconosce subito. Sono un calco.

Le sfere sono in oro, lucide, e anch’esse arcuate per seguire la curvatura del quadrante. Quando le osservi di tre quarti, vedi che la loro punta non è alla stessa altezza della base — accompagnano la bombatura del piano sottostante.
Ribalta l’orologio e arrivi al fondello in vetro zaffiro sagomato — uno degli elementi di cui Glashütte Original ha sempre rivendicato la paternità nella linea Sixties. Non è un fondello piatto: la lavorazione del cristallo è stata progettata per permettere la visione del movimento sia frontalmente che lateralmente. Sui modelli automatici della collezione questo fondello sagomato serviva soprattutto a esibire la massa periferica del rotore in oro 21 carati. Qui, dove il rotore non c’è, la sagomatura del fondello svolge una funzione diversa: ti consente di vedere il calibro 49-12 non solo dall’alto, ma anche di scorcio – apprezzando lo spessore della platina a tre quarti, l’altezza del ponte del bilanciere, la profondità dell’insieme. È un fondello pensato per un movimento automatico, riadattato al calibro manuale che gli è stato cucito dentro. Un altro piccolo dettaglio che racconta la natura di trapianto di questa referenza.
Il cinturino è in pelle di alligatore della Louisiana, in una tonalità di blu profondo che dialoga con il bianco freddo della cassa. La fibbia è in oro bianco firmata con il logo della casa. Impermeabilità dichiarata di 3 atm – sufficiente per un uso quotidiano normale ovviamente lontano dall’acqua.
Per me l’insieme tiene. Il Sixties è una collezione costruita su equilibri fini, e in oro bianco quegli equilibri si fanno ancora più sottili: il metallo non perdona, ogni proporzione che non torna salterebbe all’occhio. In questo esemplare tornano tutte. La cassa veste discreta, il quadrante respira, le sfere e gli indici lavorano insieme. È un orologio che si fa osservare con calma. E quando sai dove guardare ti restituisce con gli interessi ogni minuto di attenzione che gli dedichi.
Perché Glashütte Original l’ha fatto in silenzio
A questo punto del racconto la domanda viene da sé. Se questo orologio è quello che è – un movimento storico montato in una cassa che non era stata progettata per accoglierlo, in oro bianco, in meno di cento esemplari – perché Glashütte Original non l’ha fatto seguire da un evento?
La risposta, almeno quella più probabile, sta nei numeri stessi della produzione e in quello che era successo dietro le quinte negli anni precedenti.

Quando nel marzo 2002 il calibro 49 venne ufficialmente ritirato dalla produzione, in manifattura non si fece tabula rasa. Movimenti di quel livello non si buttano: vengono assemblati componente per componente, e i componenti – platine, ponti, ruote, bilancieri – restano in casa. È prassi comune nelle manifatture serie: quando si chiude una linea, si conservano le scorte di ricambio per la manutenzione futura degli orologi già venduti, e una parte di quelle scorte è abbastanza completa da poter essere ancora montata in movimenti finiti.
È quello che succede nel periodo successivo al 2002. Le scorte di calibri 49 – finiti o in stato avanzato di assemblaggio – restano in manifattura. Non sono molte: parliamo di unità contate, sufficienti per costruire pochissimi orologi. Da qui nascono le edizioni speciali residuali di cui abbiamo parlato – Meissen, scheletrate, Senator Sixties oro bianco – tutte caratterizzate da tirature minime, da una distribuzione confidenziale, e dall’assenza completa di comunicazione pubblica.
Il punto è proprio questo: quando una manifattura decide di montare meno di cento esemplari di un orologio attingendo a scorte residue di un movimento storico, non sta facendo un’operazione di marketing. Sta facendo qualcosa di completamente diverso. Sta dicendo, in modo silenzioso, che quei movimenti meritano di finire la loro vita produttiva dentro un orologio finito e non in uno scaffale. Sta facendo una scelta di rispetto verso il proprio patrimonio tecnico, prima ancora che verso il mercato.
C’è anche, probabilmente, una ragione più pragmatica.
Cento orologi in oro bianco con un calibro fuori produzione non si rivolgono al cliente medio della linea Senator Sixties standard. Si rivolgono a un pubblico molto più ristretto – collezionisti più esigenti che conoscono la manifattura nei dettagli, che sanno cosa significa avere al polso un calibro con quelle finiture, e nato da una GUB che finalmente dopo anni di clausura imposti dal regime, ha potuto materialmente dire: “ecco, questa è la mia natura, questo è cosa la tradizione che mi hanno obbligato a nascondere è capace di fare“. Quel centinaio era per coloro che apprezzano la rarità più dell’attualità. Per quel tipo di pubblico, una campagna pubblicitaria sarebbe stata controproducente: avrebbe trasformato un pezzo riservato in un pezzo di moda, e i collezionisti veri tendono a diffidare delle mode.

Glashütte Original ha scelto la via opposta. Ha lasciato che fosse l’orologio a comunicare se stesso – attraverso quel “49” sulla referenza, attraverso il fondello che mostra il calibro manuale dove tutti si aspetterebbero un rotore, attraverso le finiture del movimento che parlano alla mano dell’orologiaio prima che all’occhio del cliente. Chi sapeva leggere quei segnali, comprava. Chi non li sapeva leggere, comprava il Sixties standard automatico, e aveva comunque da essere contento.
È una filosofia di edizione limitata che oggi, nel 2026, sembra quasi inconcepibile. Siamo abituati a edizioni limitate annunciate con mesi di anticipo, sostenute da campagne sui social, accompagnate da liste d’attesa e prezzi gonfiati dalla speculazione del secondario. Quella del Senator Sixties calibro 49 è l’esatto contrario: un’edizione limitata che la manifattura ha prodotto e distribuito in silenzio, lasciando che i pochi destinati a riconoscerla la riconoscessero da soli.
In un certo senso, è la forma più alta di rispetto che una casa può avere verso i propri clienti più consapevoli. Non li tratta come un conto economico. Li tratta come pari.
Conclusioni
Se hai letto fin qui, sai già che questo orologio non è un orologio di cui si parla. È un orologio che bisogna saper leggere – riga per riga, dal “49” sulla referenza al collo di cigno sotto il fondello, dal disegno arcuato del quadrante alla curvatura del vetro zaffiro. Non è un pezzo che si compra perché lo dice una rivista o perché lo indossa un testimonial. Si compra perché lo si è capito.
E capire un orologio come questo significa accettare un certo modo di guardare l’orologeria. Significa apprezzare la transizione silenziosa dalla GUB alla manifattura privatizzata, l’ultimo eco di un calibro che il Gruppo Swatch aveva archiviato e che comunque non ha voluto lasciare morire negli scaffali. Significa riconoscere che cento esemplari prodotti senza fanfare, attorno al 2010, con un movimento di tradizione precedente all’acquisizione del 2000, valgono più di mille edizioni limitate annunciate con cartelle stampa di venti pagine. Significa, in fondo, condividere una certa idea di quello che l’orologeria seria dovrebbe essere – un dialogo tra chi costruisce e chi indossa, senza rumorose azioni artificiali.
Scriverne, per me, è già stato un modo di possederlo. Leggerne, per te, può esserlo a sua volta. Se poi qualcuno deciderà di passare a Parma e portarselo a casa, sarà per gli stessi motivi per cui io ne ho scritto – non per moda, non per investimento, ma perché un orologio così, quando lo incontri, ti chiede di essere riconosciuto.
Il calibro 49 a carica manuale, dopo questa referenza, non è più tornato in produzione. Ed è facile che non tornerà mai più. Ma finché orologi come questo restano in giro – silenziosi, intatti, in attesa – quella tradizione che attraversa quarant’anni dei 180 di storia di Glashütte continua a respirare. Basta saperla vedere.
L’esemplare che hai visto in queste foto è ancora oggi a Parma, presso il concessionario ufficiale Glashütte Original Florindo Rossi. È nuovo, mai indossato, completo della sua scatola e della documentazione originale. Aspetta in silenzio – quel silenzio paziente che è proprio degli orologi che non hanno fretta, quelli che restano custoditi per anni nei cassetti dei collezionisti prima di passare a un successore giusto.
Ora lascia un commento se vuoi: li leggo sempre tutti.

Commenti
Buongiorno.
Sono un appassionato di orologi e della loro storia.
Leggo sempre i suoi articoli con grande interesse e grande ammirazione, per gli approfondimenti dal punto di vista squisitamente tecnico ma anche e soprattutto per la storia che si cela dietro ognuno di essi e che lei racconta sempre con dovizia di particolari.
Di articoli meritevoli di particolare attenzione ne ricordo tanti, ma questo è davvero un must.
Ho appena scritto alla gioielleria di che trattasi ma soprattutto ho fatto “copia e incolla” del suo articolo, così da poterlo rileggere per appassionarmi sempre di più a questo mondo.
Un caro saluto e grazie
Stefano Caruso
Sono contento che questo articolo ti sia piaciuto Stefano e grazie 🙏 per seguirmi!
Buongiorno Massimo
Che dire… complimenti per questo articolo molto, molto interessante.
Non hai trovato solo un orologio pazzesco, ma anche un pezzo di storia dell’orologeria, quella che ti fa venire la pelle d’oca (a noi appassionati), e tu sei riuscito a raccontarla al meglio.
Alcune considerazioni:
E’ la prima volta che leggo la tolleranza di una riserva di carica (riserva di carica di 40 ore con tolleranza del 5 per cento), davvero particolare.
Un’altra particolarità è la versione a “due lancette” – solo tempo, solo ore e minuti: Tu scrivi che è il massimo dell’eleganza, può essere, ma secondo me in un orologio, soprattutto quando parliamo di altissima manifattura, se manca la sfera dei secondi manca qualcosa… Vederla danzare è una meraviglia per gli occhi.
Poi il bilanciere di grandi dimensioni, “che sono più stabili termicamente e più precisi nel mantenimento dell’isocronismo, ma occupano spazio e impongono vincoli architetturali al resto del calibro”, infatti è pazzesco che siano riusciti a rimanere nei 26 mm di diametro complessivo del movimento. Qualcosa di incredibile.
Un ultimo appunto: Glashütte Original è un marchio incredibile, con una storia pazzesca, e meriterebbe di essere un Marchio Indipendente, non nel Gruppo Swatch, che “volenti o nolenti” non lascia esprimere tutta la potenzialità del marchio.
Grazie
Grazie per il commento Lorenzo! Si, è un orologio pazzesco ma non solo per la sua rarità. Le finiture.. sono ben oltre il top di gamma orologiero tedesco. Per vedere qualcosa di simile devi riferirti ai vertici dell’orologeria indipendente, Lang & Heyne per fare un nome.
Ho scoperto questo calibro 49 prima di leggere l’articolo, sul modello 1845 Kleine Sekunde. C’era anche nella versione di forma Karrée. Devo dire che se facessero oggi un orologio con questo bel movimento lo comprerei subito. Invece rimane come al solito una mero desiderio, tanto non ci sentono.
Complimenti per l’occhio Lorenzo! Non saresti il solo ad acquistarlo.. Basta leggere cosa dicono i veri nerd!