GUB e gli orologi del socialismo – come la DDR salvò Glashütte Original senza saperlo

Glashütte prima del 1951: la scuola orologiera sassone in pericolo

di Massimo Scalese 9 MIN LETTURA

 

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Due Spezimatic GUB Glashütte vintage in cofanetti originali, uno celebrativo del Palast der Republik
Due Spezimatic GUB d’epoca. Il cofanetto a destra reca la dedica “Den Erbauern – Palast der Republik”: era una versione donata ai costruttori del Palazzo della Repubblica di Berlino Est negli anni ’70.

Questo numero di Original Time torna immancabilmente sulla storia: l’elemento dove l’orologeria si basa e riparte ogni volta. Oggi ti racconterò però di un magnifico paradosso, una mia riflessione controcorrente di causa con effetto inaspettato.

Immagina la scena. È il 1° luglio 1951, una mattina come tante in una piccola cittadina sassone ai piedi dei Monti Metalliferi. Davanti alle vecchie officine di Glashütte – quelle dove per oltre un secolo erano stati incisi nomi come Lange, Assmann, Strasser & Rohde, UROFA – gli operai arrivano al lavoro e trovano un’unica nuova scritta: VEB Glashütter Uhrenbetriebe.

Parole burocratiche e una sigla difficile da pronunciare, GUB. Anche le insegne dei grandi maestri sopravvissute ai bombardamenti non ci sono più. Sono state cancellate dalla nazionalizzazione comunista, fuse insieme in un’unica azienda di Stato. Sembra la fine della tradizione cominciata nel 1845.

Eppure – e questa è la storia che voglio raccontarti – proprio quella mattina apparentemente funesta segna l’inizio della salvezza.

Senza GUB, oggi non esisterebbe Glashütte Original. Ma la storia è più sottile di quanto sembri. Ora te la racconto.

Orologiaie del VEB Glashütter Uhrenbetriebe GUB al banco di montaggio negli anni Sessanta nella manifattura di Glashütte
1968 – Orologiaie VEB Glashütter Uhrenbetriebe GUB al banco di montaggio.

Glashütte Prima Del 1951: La Scuola Orologiera Sassone In Pericolo

Per capire cosa rischiava di sparire, devi tornare al 1845. È in quell’anno che Ferdinand Adolph Lange – sì, proprio lui, il padre del marchio che oggi conosci come A. Lange & Söhne – arriva nella valle del Müglitz con un compito preciso assegnatagli dal governo di Dresda: portare lì l’orologeria di alta precisione.

Lo segue presto un piccolo cenacolo di talenti: Moritz Grossmann, Julius Assmann, Adolf Schneider. Negli anni si aggiungeranno UROFA, UFAG (che oggi conosci come Tutima), Mühle & Sohn, Strasser & Rohde. La Deutsche Uhrmacherschule, fondata nel 1878, forma generazioni di orologiai.

Teca contenente un orologio da tasca Moritz Grossmann al German Watch Museum Glashütte.
Teca contenente un orologio da tasca Moritz Grossmann al German Watch Museum Glashütte.

In poco più di mezzo secolo, Glashütte sviluppa una grammatica orologiera tutta sua: la celebre platina tre quarti, le ruote con perni in oro e finitura sonnenschliff, i castoni d’oro che trattengono i rubini. Una scuola tecnica che nulla ha da invidiare alla Svizzera, anzi, che agli inizi del XX secolo grazie alla qualità dei suoi prodotti la mise in crisi.

Poi arrivano le due guerre mondiali, l’iperinflazione di Weimar, infine il bombardamento degli ultimi giorni di guerra che riduce la cittadina in macerie. Quando i sovietici entrano in Sassonia, dell’antica industria resta poco.

La nazionalizzazione e il VEB GUB: cosa scompare, cosa resta

Il 1° luglio 1951 il governo della Repubblica Democratica Tedesca fonde con un colpo solo le manifatture sopravvissute in un’unica entità: il VEB Glashütter Uhrenbetriebe. La sigla VEB sta per Volkseigener Betrieb, “azienda di proprietà del popolo” – la formula con cui la DDR designava le imprese nazionalizzate.

Walter Lange con alle spalle il busto del nonno Ferdinand Adolph Lange.
2014 – Walter Lange in una delle sue ultime foto con sullo sfondo il busto del nonno Ferdinand Adolph Lange.

A. Lange & Söhne, la manifattura del fondatore del polo sassone, non fu nemmeno nazionalizzata: era già in macerie dopo i bombardamenti del 1945, e Walter Lange, erede della dinastia, aveva lasciato la Sassonia per sfuggire al regime.

Il nome Lange sarebbe tornato a Glashütte solo nel 1990, con la rifondazione guidata da Walter Lange e dal manager Günter Blümlein, in una storia parallela e speculare a quella di Glashütte Original.

Continuando, Robert Mühle & Sohn diventa VEB Messtechnik, UROFA e UFAG vengono inglobate, e così via per Precis, Gössel e gli altri. I marchi storici, quelli che da un secolo e mezzo identificavano l’eccellenza sassone, vengono spenti come si spegne un’insegna di un locale a fine giornata.

La logica cambia radicalmente. Non più piccole manifatture artigianali in concorrenza fra loro, ma un’unica fabbrica di Stato che deve produrre orologi per la DDR e per gli altri Paesi del blocco socialista. Pianificazione quinquennale, quote produttive, prezzi politici.

E qui ti faccio la prima domanda: cosa rimane, davvero, dopo un’operazione del genere?

Pochissimo, se guardi gli esterni. Ma moltissimo, se guardi dentro le officine. Restano gli orologiai – uomini e donne in carne e ossa, con le loro pinzette e i loro torni. Restano i banchetti di lavoro.

Orologiaia del VEB GUB di Glashütte al lavoro con lente d'ingrandimento, anni '50.
Una giovane orologiaia al banco di lavoro nella manifattura VEB Glashütter Uhrenbetriebe negli anni ’50. È il know-how umano che la nazionalizzazione comunista, paradossalmente, preservò intatto attraverso quarant’anni di socialismo.

Restano i calibri, ridisegnati in fretta ma riconoscibili, come il celebre Kaliber 61 di Helmut Klemmer concepito subito dopo la fine della Guerra, anche se la produzione inizia nel 1952. Resta la Deutsche Uhrmacherschule (la Scuola Tedesca di Orologeria fondata da Moritz Grossmann), che continua a formare apprendisti anno dopo anno.

Resta, soprattutto, una cultura del fare che la nazionalizzazione non riesce a cancellare perché non sa nemmeno di doverla cancellare.

La crisi del quarzo e il paradosso di GUB

Adesso veniamo al nocciolo della questione. Negli anni Settanta esplode quella che oramai esperti e non chiamano crisi del quarzo: i giapponesi – Seiko in testa – lanciano sul mercato orologi al quarzo a basso costo, precisi al secondo, alla portata di chiunque.

Per le manifatture meccaniche occidentali è un disastro biblico. In Svizzera spariscono decine di marchi storici, l’occupazione nel settore crolla di due terzi nel giro di pochi anni. Anche la Germania Ovest paga un prezzo altissimo: Pforzheim, l’altra capitale orologiera tedesca, vede molti dei suoi marchi storici sparire o fondersi per sopravvivere.

A Glashütte, invece, non succede niente di tutto questo. Non perché qualcuno avesse capito qualcosa, ma per un motivo banale e involontario: GUB era un’azienda di Stato in un’economia pianificata, dietro la Cortina di ferro.

Non aveva concorrenti dai quali farsi spazzare via. Non doveva inseguire il mercato perché il mercato, semplicemente, non esisteva. Doveva consegnare un certo numero di orologi all’anno al ministero del Commercio, e così faceva.

Certo, anche GUB si adatta e produce alcuni orologi al quarzo per le esigenze della DDR. Ma – ed è questo il punto – non smantella mai la produzione meccanica.

foto movimento Spezimatic Cal. 75.
Il calibro automatico GUB 75, in produzione dal 1965 al 1979, era il cuore meccanico dello Spezimatic e di buona parte della produzione GUB durante la crisi del quarzo. Spoglio ma robusto, racconta una verità che il marketing contemporaneo tende a dimenticare: in DDR si costruivano orologi che funzionavano, non gioielli da vetrina. La decorazione manifatturiera sassone sarebbe tornata solo dopo il 1994 con Glashütte Original.

Continua a fabbricare lo Spezimatic (calibri GUB 74 e 75, in produzione dal 1965 al 1979), poi lo Spezichron (calibri 11-25, 11-26, 11-27, fino al 1985), continua a costruire cronometri da marina, continua a formare giovani orologiai alla tecnica meccanica tradizionale.

C’è anche un dettaglio che pochi conoscono: isolato dai fornitori occidentali, GUB è costretto a costruirsi in casa praticamente tutto – rubini sintetici, molle, quadranti, lancette, altro che “di manifattura” termine oggi abusato nel settore dal significato spesso vago.

È un’autarchia forzata che ha però un effetto collaterale prezioso: mantiene viva una filiera tecnica completa che in Occidente, nello stesso periodo, si stava dissolvendo.

Mentre la Svizzera licenzia, Glashütte produce. Mentre Bienne e La Chaux-de-Fonds dimenticano come si costruisce una ruota di scappamento, in Sassonia si continua a farlo come negli anni Trenta. Magari non rifinita come un tempo, ma neppure per visione strategica, ripeto. Ma il risultato, dal punto di vista del patrimonio tecnico, è esattamente lo stesso.

Il 1989, la caduta del Muro e il bivio

Poi arriva il 9 novembre 1989, cade il Muro, l’anno successivo le due Germanie si riunificano e GUB – improvvisamente esposto al mercato libero – si scopre fragilissimo.

I prodotti sovietici e dell’ex blocco socialista non se li compra più nessuno, l’economia pianificata che lo proteggeva è sparita in una notte. La Treuhandanstalt, l’agenzia federale incaricata di privatizzare le aziende dell’ex DDR, prende in mano il dossier.

Nel 1990 VEB diventa Glashütter Uhrenbetrieb GmbH, ma la sostanza non cambia: l’azienda è sull’orlo del fallimento, le commesse crollano, i conti non tornano.

E qui ti pongo la seconda domanda: cosa ti resta in mano, in un momento del genere?

Non i bilanci, certo. Non il marchio, che sul mercato occidentale non dice niente. Ti restano due cose soltanto, ma sono le uniche che contano davvero: un edificio pieno di orologiai che sanno lavorare, e un archivio di calibri funzionanti. Tutto il resto si può ricostruire. Quello no.

Il 1994: nasce Glashütte Original

Nel 1994 arriva l’uomo giusto al momento giusto. Heinz W. Pfeifer, insieme ad Alfred Wallner, acquista la Glashütter Uhrenbetrieb GmbH. Di quei lavoratori che nel 1989 erano oltre duemila, ne restano appena settantadue.

Sembra una resa, è invece un nuovo inizio. Pfeifer ribattezza l’azienda Glashütte Original e fa una scelta strategica chiara: puntare sull’alto di gamma, sulla manifattura integrata, sulle complicazioni vere.

Il primo calibro della nuova era è il GUB 10-30, un automatico già sviluppato nel 1988 – letteralmente l’ultimo regalo del socialismo morente. Su quella base tecnica nascono i nuovi movimenti: il calibro 12-50 a carica manuale, il 10-60 automatico-cronografo, fino al tourbillon volante che riprende l’invenzione di Alfred Helwig degli anni Venti.

Nel 1995 esce il Julius Assmann 1, un tourbillon volante con addirittura un calendario perpetuo. Grazie a Glashütte Original, molti dei marchi storici cancellati nel 1951 tornano come nomi di modelli, un omaggio postumo a chi era stato spazzato via dalla nazionalizzazione.

La cassa è in oro rosa 18 carati, il quadrante in argento massiccio con totalizzatori in madreperla che indicano giorno, mese e data. L’orologio è convertibile: può essere portato al polso oppure agganciato a una catena da taschino, come ai tempi di Julius Assmann stesso. Solo 25 esemplari, consegnati in una scatola sferica in legno con relativa catena in oro rosa.

Il Glashütte Original Assmann 1, un capolavoro assoluto. Orologio tourbillon con calendario perpetuo in oro tutilizzabile anche come orologio da tasca.
Dopo solo un anno, Glashütte Original mostra che è ancora capace di realizzare opere d’arte, come se il regime non fosse mai esistito, con l’Assmann 1. Capolavoro assoluto, è un orologio tourbillon con calendario perpetuo utilizzabile anche come orologio da taschino.

Quello che è accaduto poi lo conosci bene. Nel 2000 A. Lange & Söhne approdò al gruppo Richemont; Blümlein sarebbe scomparso l’anno seguente in un incidente aereo, lasciando un vuoto incolmabile.

Quello stesso anno, Pfeifer vendette Glashütte Original al Gruppo Swatch. Due manifatture, due strade diverse, un solo paesino sassone: entrambe approdarono alle braccia dei più grandi gruppi orologieri del mondo nello stesso anno.

La mia opinione

Devo dirti una cosa che so essere scomoda. Per quasi vent’anni, e ancora prima di Orologi di Classe, ho raccontato Glashütte Original come una manifattura di altissima orologeria tedesca contemporanea, e va benissimo così. Ma quando scavi nella sua genealogia tecnica, trovi anche una verità che nessuno racconta mai fino in fondo.

Certo, gli Spezimatic che uscivano da quelle officine erano orologi anonimi, esteticamente lontani anni luce dai capolavori che li avevano preceduti. Nessuno lo nega.

Ma tralasciando per un attimo l’antico know-how acquisito dal 1845 a prima dell’avvento del regime, quelle stesse officine, in parallelo, continuavano a costruire cronometri da marina di precisione assoluta – strumenti certificati dove il margine di errore non era ammesso, e dove il mestiere si tramandava intatto di banco in banco, di maestro in apprendista, attraverso quarant’anni di socialismo. Ecco qual è il punto. Eliminare il lusso non aveva toccato minimamente le competenze.

Le mani che limavano i pignoni dello Spezimatic erano le stesse che costruivano i cronometri con complicatissimi scappamenti a détente. Gli stessi utensili, gli stessi torni, gli stessi gesti. La bandiera era cambiata. Il mestiere, no.

Quando nel 1994 arrivò Pfeifer, non trovò un deserto da ripopolare. Trovò settantadue orologiai che non avevano mai smesso di farlo. Non dovettero reimparare nulla – dovettero solo togliersi la giacca GUB e mettersi quella di Glashütte Original.

E il primo calibro della nuova era, il GUB 10-30, era già lì: sviluppato nel 1988, letteralmente l’ultimo regalo del socialismo morente. Poi sempre sotto il management dell’imprenditore tedesco arrivò anche il leggendario Calibro GUB 49, di cui ne ho parlato nello scorso episodio di Original Time. A detta degli esperti le sue finiture sono superiori a qualsiasi standard manifatturiero sassone. Siamo a livelli da orologiaio indipendente.

Questa è la vera risposta al paradosso con cui abbiamo aperto: la DDR salvò Glashütte Original non con una visione strategica, non per generosità, non per caso. Lo fece per inerzia – quella stessa inerzia burocratica che in Occidente sembrava una condanna e che invece, silenziosamente, teneva in vita un patrimonio tecnico che altrove andava perduto per sempre.

La prossima volta che guardi il movimento del tuo Glashütte Original – la platina tre quarti, il sonnenschliff che cattura la luce, il collo di cigno che stringe la vite di regolazione – pensa a quelle mani. Le stesse mani, prima e dopo il Muro.

Avresti mai immaginato che dietro al tuo orologio ci fosse anche questa storia?

 

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Commenti

  1. Buongiorno Massimo
    Articolo interessantissimo, letto con molta attenzione.
    Che dire… la scuola sassone ha solo che inventato e migliorato l’atre orologiera, come ad esempio l’invenzione della celebre platina tre quarti che rende più solito e stabile il movimento che, essendo più stabile e meno soggetto a problematiche dovuti a urti, lo rende più preciso e duraturo nel tempo.
    I castoni d’oro che trattengono i rubini, il collo di cigno che stringe la vite di regolazione insomma, meraviglie che hanno reso questa nostra passione un arte.
    Come scritto in altri commenti, peccato che sia A. Lange & Söhne che Glashütte Original siano state vendute al gruppo Richemont la prima e al Gruppo Swatch la seconda. Un vero peccato.
    Grazie

  2. Complimenti Massimo , spendido racconto , non era lavoro ma una passione.
    Speriamo di non vedere un Langhe & Swatch.
    Grazie

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